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Grassi F., “Il fondo patrimoniale e le ragioni dei creditori: rapporto equilibrato?”, in Diritto & Diritti – Rivista Giuridica on-line, http://www.diritto.it, ISSN 1127-8579, 16 Gennaio 2014, http://www.diritto.it/docs/35830-il-fondo-patrimoniale-e-le-ragioni-dei-creditori-rapporto-equilibrato

 

 

 

Sulla scorta dell’attuale sistema legislativo, per come interpretato dalla giurisprudenza di legittimità e di merito oltre che dalla dottrina più autorevole, il rapporto tra fondo patrimoniale e tutela del credito rappresenta un tema molto discusso soprattutto con riguardo al travagliato problema della prevalenza, in caso di conflitto, dell’interesse della famiglia o dei creditori.

La questione principale involge la legittimazione o meno dei creditori - ai sensi del generale principio della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c. - ad aggredire i beni che i coniugi, (mediante atto pubblico) o un terzo (anche con testamento), abbiano destinato ad un fondo patrimoniale in considerazione dell'inviolabile vincolo di destinazione a cui essi sono sottoposti, ossia il soddisfacimento dei bisogni presenti e futuri della famiglia.

L'indagine si incentra, non a caso, sul disposto dell'art.170 c.c., che, disciplinando il rapporto famiglia-creditori, statuisce “l'esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti da essi derivanti, non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei alla famiglia”: a mente di tale norma, quindi, l'aggredibilità dei beni conferiti nel fondo appare molto limitata, in quanto relegata alla sola ipotesi in cui il debito derivi da obbligazioni assunte per far fronte ai bisogni del menage domestico-familiare .

In realtà, il primo approccio interpretativo, sin troppo prevedibile, considerata l'originaria intenzione del legislatore di conferire all'istituto la funzione di strumento di tutela dei bisogni familiari, ben presto ha dovuto scontrarsi con l’utilizzo – supportato anche dalla generica formulazione della norma priva di qulsivoglia esplicitazione del concetto di “bisogni della famiglia”, di contro, indispensabile per individuare non già solo l'ambito d'azione e di difesa dei coniugi ma anche il limite del diritto dei creditori di veder soddisfatte le proprie ragioni - molto spesso, se non esclusivamente, distorto e fraudolento che, tradendo la volontà del legislatore, ha palesato finalità meramente strumentali volte a sottrarre ai creditori “estranei” beni su cui soddisfare le proprie ragioni.

A ciò aggiungasi gli importanti contributi ad una più ampia accezione della nozione di “bisogni della famiglia” dati dagli interventi, in materia, dalla giurisprudenza e della migliore dottrina che, nel recepire la riforma introdotta nel diritto di famiglia, hanno fornito una definizione del concetto controverso, tenendo conto, appunto, dell’evoluzione del ruolo della comunità familiare che ha portato ad individuare, in essa, un nucleo proteso a realizzare un sempre maggiore benessere materiale e spirituale dei propri membri.

Prendendo le mosse da tanto, quindi, la Suprema Corte, superando l’orientamento restrittivo che considerava i bisogni familiari sinonimo di esigenze indispensabili alla stessa esistenza del nucleo, ha ritenuto che vi rientrino anche quelle volte al pieno mantenimento dell'organico sviluppo nonché al potenziamento della capacità lavorativa del nucleo, così escludendo solo le esigenze di natura voluttuaria e quelle caratterizzate da intenti meramente speculativi.

Dal canto suo, la dottrina ha sostenuto che il concetto di bisogni familiari deve intendersi esteso non solo a quelli presenti ma anche a quelli futuri, riconoscendo meritevoli di tutela anche gli atti di amministrazione tendenti a far fruttare e ad aumentare la produttività dei beni conferiti nel fondo mediante miglioramenti o trasformazioni e valorizzando non solo i bisogni comuni a tutti i membri del nucleo ma, in virtù della solidarietà che caratterizza la famiglia, le esigenze, anche individuali, fondamentali o il cui soddisfacimento coinvolge un interesse del gruppo.

Alla luce del nuovo approccio interpretativo è stato, così messo in discussione anche l’unico dato certo e, sino a quel punto, insuperabile rappresentato dalla estraneità ai bisogni della famiglia dei debiti di impresa, cioè di quelli contratti nell'esercizio di una attività imprenditoriale o professionale il cui reddito, non obbligatoriamente devoluto né in tutto né in parte ai bisogni della famiglia, appartiene personalmente al coniuge imprenditore o professionista trattandosi di un utilizzo indiretto dei beni del fondo.

Con un indirizzo davvero innovativo, il Giudice di Legittimità, con la sentenza n.4011 del 19.2.2013, ha affermato che “è vero che, come sostenuto dalla ricorrente, secondo la giurisprudenza di questa Corte (ed, in particolare, Cass. 12998/06), la destinazione ai bisogni della famiglia non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito sia sorto nell'esercizio dell'impresa, tuttavia, è evidente che la richiamata circostanza non è, a contrario, nemmeno idonea ad escludere, in via di principio, che il debito possa dirsi contratto per soddisfare detti bisogni (così Cass. n. 15862/09). Piuttosto, occorre che l'indagine del giudice si rivolga specificamente al fatto generatore dell'obbligazione, a prescindere dalla natura di questa: i beni costituiti in fondo patrimoniale non potranno essere sottratti all'azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell'obbligarsi fosse quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso meramente oggettivo, ma nel senso ampio di cui sopra, nel quale sono ricompresi anche i bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell'indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari”.

Nel tentativo di dare una risposta alla originaria domanda, a mio sommesso parere, il rapporto equilibrato tra le antitetiche ragioni perseguito dalla disciplina codicistica in uno alla funzione propria del fondo patrimoniale di tutela della famiglia, in virtù dei numerosi interventi dottrinari e soprattutto giurisprudenziali e non da ultimo per l’uso che del fondo è invalso nella pratica come mezzo adottato al scopo fine di eludere il principio sancito dall’art.2740 c.c., risulta, oggi, fortemente compromessa a vantaggio degli interessi dei creditori “estranei” ai bisogni della famiglia.